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Nella vita mi sono sempre occupato quasi esclusivamente di due cose: di musica e di Grecia. La voglia di trasmettere la passione per ciò che amo e di condividere questo patrimonio musicale e culturale mi ha portato, col passare degli anni, alla formulazione di un modello divulgativo adatto a qualsiasi categoria di pubblico, che prescindesse da una preparazione musicale specifica, ma senza per questo rinunciare alla completezza e alla puntualità delle informazioni e dei contenuti. Di qui nasce la mia attività di «divulgatore musiculturale», portata avanti dal desiderio e dalla sfida di poter spiegare le realtà di cui mi interesso attraverso un linguaggio, quello della musica, troppo spesso indicato come «universale» in modo del tutto fuorviante e semplicistico…

Serenata (dai «Canti greci» di N. Tommaseo)

[…] Senti in questi versi, meglio che lo zucchero e il miele, le rose e l’aura rorida che rinfresca, più che un corpo gentile, l’anima ed i pensieri. Vuol ch’ella dorma; e poi la desta: le fa carezze, e rimproveri: e alle rose del suo guanciale sgombro di cure, porta invidia egli afflitto. Contraddizioni che l’amore nutrisce, e che nutriscon l’amore. L’imagine dell’aria che scherza fra le lenzuola, parrebbe dover divenire lasciva; e come si appura in un tratto e passa leggiera pe’ sensi, e si fa degna d’un corpo angelico e d’un viso d’imagine!

Zucchero sia ‘l tuo sonno, e miele il sogno tuo,
e rose e roselline sul tuo guanciale.
Fresc’aria diventerò per entrare nelle lenzuola,
per rinfrescarti il seno, ch’è bianco come le nevi.
Destati, angelico corpo, capo da imagine:
due parole ho da dirti: poi riaddormentati.
Destati, e risolvi ch’io viva o che muoia,
ch’egli m’è fatto grave il mondo di sopra.
Tu dormi spensierita, e io fo male nottate:
male nottate, perché soffro; soffro, perch’amo.

Ζάχαρη να ‘ναι ο ύπνος σου, και μέλι τ’ όνειρό σου,
και ρόδα και τριαντάφυλλαεις το προσκέφαλό σου.
Κρύος αέρας θα γενώ, θα μπω μες στα σεντόνια,
να σου δροσίσω τα βυζιά, που ‘ν’ άσπρα ωσάν τα χιόνια.
Ξύπνησε αγγελικό κορμί, ζωγραφιστό κεφάλι,
δυό λόγια έχω να σου πω, κι αποκοιμήσου πάλι.
Ξύπνησε κι αποφάσισε, να ζήσω, ή να πεθάνω,
διατί τον εβαρέθηκα τον κόσμον τον απάνω.
Εσύ κοιμάσαι ξέγνοιαστη, κ’ εγώ κακονυκτάω.
Κακονυκτάω γιατί πονώ, πονώ γιατί αγαπάω. […]

Dal libro «I Canti greci di Niccolò Tommaseo. Riscontri musicali nella Grecia odierna», p. 12-13.

Le danze doppie di Leucade

Dal libro «Sentire la Grecia. In viaggio fra musiche e tradizioni»

[…] Da Zante invertiamo ora la rotta dirigendoci a nord, così da raggiungere Leucade. Il suo nome greco, Lefkàdha, deriva da lefkòs («bianco») e si riferisce allo splendore accecante delle rocce che si affacciano sul mare di fronte alla vicina Cefalonia. Da una di queste, secondo la leggenda, si gettò la poetessa Saffo, seguendo un’antica tradizione di amanti infelici. Leucade è talmente vicina alla terraferma da poter essere raggiunta anche solo grazie a un ponte mobile. Questa prossimità alla Grecia continentale ha fatto sì che la tradizione musicale dell’isola ne abbia accolto numerosi elementi, come l’uso del laùto, uno strumento a corde, e del clarinetto, che vedremo essere ormai lo strumento melodico principale in gran parte della terraferma greca. […]

A Leucade, così come in altre zone della Grecia, sono caratteristiche alcune danze dette “doppie” per l’alternanza di due motivi coreutici, che corrispondono ad altrettante frasi musicali. Un esempio è la danza circolare aperta femminile milià («albero di mele»), che si balla sulla canzone Milià pu ‘se ston engremò («Albero di mele che sei sul burrone») e alterna un tempo quaternario a uno settenario (3+2+2):

A ogni sezione ritmica corrispondono diversi passi di danza, e l’alternanza fra ognuna di esse continua fino alla fine dei versi:

Altre danze doppie diffuse a Leucade sono la lemonià («albero di limone»), che come la precedente milià alterna un tempo quaternario a uno settenario:

e Ghiànnis o Berathianòs («Ghiànnis di Berat*»), che alterna un tempo settenario (3+2+2) a uno senario (4+2) e i passi di danza rispettivamente del sirtòs del tipo kalamatianòs e dello tsàmiko:

© Carmelo Siciliano 2019

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* Berat è un villaggio dell’Albania centro-meridionale.

I Pomacchi

Dal libro «Sentire la Grecia. In viaggio fra musiche e tradizioni», p. 136

[…] Percorrendo in autostrada la Tracia è possibile scorgere numerosi paesi sui quali spicca un bianchissimo minareto. Se non fosse per i molti chilometri che ancora ci separano dalla Turchia potremmo quasi pensare di aver passato il confine senza essercene accorti, tanto la loro presenza risalta nel paesaggio.

Come avevamo detto nelle prime pagine del capitolo, i musulmani della Tracia furono tra i pochi a non essere soggetti allo scambio di popolazioni stabilito dal trattato di Losanna del 1923, e così la loro presenza nella regione è tutt’altro che trascurabile. Fra di essi ritroviamo, oltre ai locali e ai Rom, anche i Pomacchi, una popolazione che vive in una fascia che si estende lungo la parte centro-settentrionale delle prefetture di Xànthi e Rodhòpi. I Pomacchi abitano quelli che sono conosciuti come Pomakochòria («Villaggi dei Pomacchi») e parlano una lingua simile al bulgaro, ma con numerose influenze greche e turche.

Nonostante che la maggior parte dei Pomacchi viva in Bulgaria, in Grecia ne ritroviamo oltre novantamila distribuiti in più di centocinquanta paesi della Tracia. Dopo gli avvenimenti del 1923 i greci assimilarono la minoranza musulmana dei Pomacchi a quella turca per via della fede comune nell’Islam: questo, insieme al carattere montuoso e impervio dei territori in cui vivono, ha contribuito al loro isolamento, ma anche alla conservazione della loro lingua e della loro cultura.

Gli strumenti musicali diffusi fra i Pomacchi sono in particolare la pistèlka (un tipo di flauto), il topàn (una variante di daùli), la gàinda e uno strumento a corde della famiglia del tamburàs. Un assaggio della musica dei Pomacchi potrebbe essere la canzone Zagáliha se («Si innamorarono»), i cui versi sono una traduzione quasi letterale di una ballata popolare greca che ritroviamo nella Propontide, Archondoghiòs pandrèvete: […]

© Carmelo Siciliano 2019

Il meraklìs di Àndhros

Dal libro «Sentire la Grecia. In viaggio fra musiche e tradizioni», p. 155-156

[…] Molte, moltissime sono le parole greche difficilmente traducibili nella nostra e in qualsiasi altra lingua. Una fra tante, però, mi è particolarmente cara perché si lega indissolubilmente al modo greco di intendere la vita: meraklìs. Il termine proviene dall’arabo maraq, passato in turco come merak e quindi in greco come meràki. Le sfumature di significato sono numerose, ma potremmo dire che si riferisce genericamente a una sensazione gradevole derivante dal pieno godimento di qualcosa: di qui meraklìs, colui che prova meràki.

Un meraklìs mette amore e passione in ciò che fa; ha gusto e senso estetico; sa godere dei semplici ma autentici piaceri della vita. Un meraklìs è elegante e composto, rispettabile e rispettoso, discreto e paziente. Un meraklìs offre prima agli altri, e solo dopo riempie il suo piatto; dona di nascosto, senza farlo sapere ai quattro venti; non trova la poesia nel quotidiano, ma fa egli stesso del quotidiano una poesia. L’anima del meraklìs si risveglia in particolare con la musica: quando ascolta una canzone che ama o anche solo una nota ben suonata, un bel vibrato, una improvvisazione, il suo sguardo si illumina dei colori della gioia più profonda. Il meraklìs ama cantare e ballare, ma non fa sfoggio di sé: per la sua canzone o per la sua danza aspetta le ore più tarde della notte o la fine della festa. Particolarmente significative sono le parole di un distico che, con leggere varianti, ritroviamo spesso in giro per l’Egeo:

Òpios dhen ìne meraklìs tu prèpi na pethàni,
ghiatì ston kòsmo tùtone mòno ton tòpo piàni.

Chi non è un meraklìs merita di morire,
perché in questo mondo occupa solo spazio.

Due estati fa mi trovavo a Batsì, nell’isola di Àndhros, per seguire un seminario dedicato alle musiche e alle danze delle Cicladi, e la prima sera ebbe luogo uno spettacolo per mostrare agli iscritti e ai turisti le tradizioni locali. Me ne stavo tutto intento a fotografare e filmare quanto accadeva intorno a me, quando a un tratto i miei occhi si posarono su un signore alla mia sinistra. Un «vecchio», si sarebbe detto, alto almeno un metro e ottanta, e almeno ottanta dovevano essere i suoi anni: finemente vestito, dal portamento nobile e composto, fresco in una calda serata in mezzo all’Egeo. Un bastone sosteneva il peso di un’età che faceva da contrasto a un viso che non aveva perso la fiamma viva della gioventù. Istante dopo istante la musica lo trascinava e coinvolgeva: ora muoveva il bastone al ritmo della danza, ora il piede destro, ora il sinistro, tremolante, incerto, quasi affaticato. Si fermava, poi riprendeva, e minuto dopo minuto il suo sguardo si accendeva di una felicità di quelle semplici e genuine, di quelle di un tempo che non c’è più. Non resistetti alla tentazione di filmarlo, ma ebbi a disposizione solo pochi secondi: da quelle stesse braccia che, fino a un attimo prima, sembravano soffrire a reggere la vecchiaia su un pezzo di legno, mi vidi affidare il bastone. Ed eccolo unirsi al cerchio e iniziare finalmente a ballare, quel «vecchio ragazzino»: leggero, libero, come se a ostacolarlo fino a quel momento fosse stato quel bastone, segno di una vecchiaia che non era la sua, e non il peso dei suoi anni. […]

© Carmelo Siciliano 2019

La Signora di Ro

Dal libro «Sentire la Grecia. In viaggio fra musiche e tradizioni», p. 225-226

[…] Se Kastelòrizo poteva sembrare piccola e lontana, cosa dire allora della sua minuscola vicina, Ro? Quest’isoletta si trova a tre miglia nautiche da Kastelòrizo e altrettante dalla costa turca, ed è poco più che uno scoglio: la sua importanza è tuttavia enorme dal punto di vista storico e identitario per tutti i greci. Nonostante che non abbia nulla a che fare con la musica non possiamo, giunti fin qui, fare a meno di raccontare la storia della «Signora di Ro».

Dhèspina Achladhiòti (1890-1983) si stabilì a Ro nel 1927 insieme al marito Kòstas. L’isoletta non era allora del tutto disabitata: c’era un minuscolo porto, con accanto una chiesetta dedicata a san Giorgio, e poche famiglie che traevano sostentamento dall’allevamento e dalla pesca, ma nel giro di qualche anno i due rimasero soli. Nel 1940, nel bel mezzo della Seconda guerra mondiale, Kòstas si ammalò gravemente e Dhèspina accese fuochi nella speranza di attirare l’attenzione di qualche nave di passaggio che, però, non arrivò in tempo: il marito morì sulla barca di un pescatore lungo il tragitto per Kastelòrizo.

Dhèspina ritornò sull’isola nel 1943 insieme alla madre cieca, e vi rimase anche quando tutti scappavano durante i bombardamenti tedeschi di Kastelòrizo. Fu allora che prese l’abitudine ogni giorno, al sorgere del sole, di issare una grande bandiera greca proprio lì, su quello scoglio a pochi colpi di remi dalle coste turche. Al tramonto ammainava la bandiera e così via il giorno dopo, e divenne presto famosa col soprannome di «Signora di Ro». Nel 1974 un giornalista turco e altri due connazionali, approfittando vigliaccamente della sua assenza per motivi di salute, fecero irruzione sull’isola per innalzare una bandiera turca che, al ritorno di Dhèspina, fu immediatamente sostituita. Il 23 novembre dell’anno seguente il Ministero della Difesa greco volle premiare il suo patriottismo e la sua eroicità con una medaglia.

La Signora di Ro si spense il 13 maggio del 1983 nell’ospedale di Rodi, all’età di novantadue anni, e quella bandiera che tanto amava smise di sventolare. La cerimonia funebre si svolse alla presenza delle autorità e poi, rispettando le sue volontà, fu trasportata e sepolta nella sua isoletta, accanto al luogo dove ogni giorno issava la sua bandiera e non lontano dalle due casette dove viveva e che sono ancora visibili. […]

© Carmelo Siciliano 2019

Il dhivaràtikos di Cefalonia

Dal libro «Sentire la Grecia. In viaggio fra musiche e tradizioni», p. 9-11

[…] Una caratteristica dei nomi di molti villaggi di Cefalonia è la terminazione in -ata: ritroviamo così Lurdhàta, Vlachàta, Musàta, Svoronàta e… Dhivaràta: da qui prende il nome il dhivaràtikos, («di Dhivaràta), una vivace danza locale. La descrizione sintetica di un fenomeno coreutico attraverso alcune sue specificità è utile per renderne possibile una classificazione: prendendo come esempio proprio il dhivaràtikos, pertanto, proveremo ad analizzare le caratteristiche di una “danza circolare aperta mista antioraria”.

Il dhivaràtikos è una danza, e ciò è un elemento di classificazione primario. Tutta la musica greca, infatti, si divide in tre categorie fondamentali: quella coreutica (cioè da danza), quella da ascolto (non ballata) e quella di strada. La forma del dhivaràtikos è “circolare”: i danzatori sono disposti in cerchio e si tengono fra loro per le mani. Questa danza circolare è “aperta”, pertanto il cerchio non è chiuso ed è quindi possibile individuare un primo ballerino e un ultimo*. Ancora, è “mista”, cioè vi partecipano sia uomini che donne, e “antioraria”, in quanto tale è il senso in cui si muovono i danzatori, dunque verso la loro destra. Dal momento che la maggior parte delle danze greche procede in senso antiorario, quest’ultima caratteristica è generalmente omessa ed è sufficiente specificare il contrario.

Se la classificazione di una danza da un lato è utile per descriverla sinteticamente, dall’altro è spesso totalmente priva di senso, se non addirittura fuorviante. Mentre alcune caratteristiche hanno la tendenza a rimanere stabili, come la forma circolare aperta e il senso antiorario, altre sono soggette a variazioni di tempo e di luogo, ma anche di costume. Può accadere così che una danza che negli anni Trenta del secolo scorso era esclusivamente maschile oggi sia ballata anche da donne, e viceversa. Pertanto, d’ora in poi, per ogni danza citata sarà descritta quella che fra tutte le varianti è la più comune.

Osserviamo ancora un’altra peculiarità del dhivaràtikos, che vedremo essere comune a molte altre danze circolari aperte: il primo ballerino (protochoreftìs) guida la danza, ma allo stesso tempo ha facoltà di compiere variazioni o vere e proprie improvvisazioni mentre gli altri continuano a seguire la normale coreografia. Esistono addirittura circostanze in cui è solo o quasi esclusivamente il protochoreftìs a ballare, mentre il resto del cerchio resta fermo o accenna i passi sul posto**. Nelle danze miste il primo ballerino è più frequentemente un uomo, anche se negli ultimi anni questo ruolo è stato assunto anche dalle donne; in alcune zone della Grecia, tuttavia, ciò è tutt’altro che comune e talvolta addirittura vietato (per esempio nel paese di Òlimbos, nell’isola di Kàrpathos). […]

© Carmelo Siciliano 2019

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* Le danze circolari chiuse sono decisamente meno diffuse nel mondo ellenico e le ritroviamo più facilmente spostandoci verso oriente; vedi per esempio Malamatènios arghaliòs e Apòpse ta mesànichta in Cappadocia, e la maggior parte delle danze dei greci del Ponto.
** Vedi per esempio lo tsàmiko e la danza strumentale rast.

La musica di Sìfnos

Dal libro «Sentire la Grecia. In viaggio fra musiche e tradizioni», p. 157-158

[…] Le innumerevoli varianti locali di sirtòs e di bàllos sono senza dubbio le danze più diffuse nelle Cicladi: di tipo circolare aperto misto la prima, in coppie miste e a carattere improvvisativo la seconda. Anche Sìfnos, come molte altre isole, ha la sua canzone ricca di riferimenti a luoghi particolarmente amati dai suoi abitanti, il sirtòs Ston Artemòna:

Ad Artemònas, a Stavrì, a Exàmbela, a Kàstro
per la prima volta ho visto il tuo bianco viso.
Da Artemònas non passo più, perché mi deridono,
andrò a Katavatì, dove mi invitano.

Quella precedente è la versione divenuta famosa attraverso le interpretazioni discografiche di alcuni musicisti conosciuti come Konitopulèi. Si tratta di vari esponenti della famiglia Konitòpulos, fra cui il violinista Ghiòrghos Konitòpulos (1933-1991) e sua sorella, la cantante Irìni Konitopùlu-Leghàki (1931-). In realtà Ston Artemòna è uno skopòs (cioè una melodia sulla quale possono essere cantati distici diversi) dal nome di Tharapianòs («di Tharapià», oggi in turco Tarabya, nome di un quartiere di Costantinopoli).

Ritornando invece al bàllos, quello di Sìfnos ha una particolarità: il suo tempo musicale, non esclusivamente quaternario ma anche ternario, una sorta di valzer, che però, tanto dal punto di vista musicale quanto coreutico, poco ha a che fare con l’Europa e le cui caratteristiche sono inconfondibilmente greche. […]

© Carmelo Siciliano 2019

L’inizio della lotta greca per l’indipendenza (25 marzo 1821)

Dal libro «Sentire la Grecia. In viaggio fra musiche e tradizioni», p. 55-56

[…] L’insurrezione scoppiò in Grecia nel 1821. Il 25 marzo, secondo la tradizione, l’arcivescovo di Patrasso Ghermanòs innalzò per la prima volta la bandiera greca, bianca con una grande croce azzurra, e da lì la rivolta si estese pian piano in tutta la terraferma. Alla popolazione si unirono clefti e armatoli, guidati nel Peloponneso da Theòdhoros Kolokotrònis e in Epiro da Màrkos Bòtsaris. Anche molte isole parteciparono, occupandosi del trasporto di armi e rifornimenti mediante le proprie navi. La reazione turca fu ovviamente durissima. Alì Pascià (il quale, come abbiamo visto nel capitolo dedicato all’Epiro, stava approfittando dell’insurrezione per rendersi indipendente dal sultano) fu decapitato, la popolazione dell’isola di Chìos massacrata, il patriarca di Costantinopoli impiccato, intere città assediate, distrutte e la popolazione sterminata. I greci tuttavia non erano soli. Molti intellettuali europei abbandonarono la propria patria per intervenire in prima persona; da tutta Europa accorsero numerosi volontari, fra cui l’inglese George Gordon Byron e l’italiano Santorre di Santarosa, che si unirono ai rivoluzionari. Anche alcune grandi potenze europee decisero di appoggiare la causa greca e così francesi, inglesi e russi spostarono decisamente le sorti della guerra a favore della Grecia con la schiacciante vittoria navale di Navarino, dove l’intera flotta ottomana fu annientata. Il Peloponneso fu liberato nel 1828 e la città di Nàfplio individuata come prima capitale. Il trattato di Adrianopoli del 1829 sancì la fine della guerra e il protocollo di Londra del 1830 confermò l’indipendenza.

La Grecia nacque come una repubblica, ma l’assassinio del primo capo di Stato Ioànnis Kapodhìstrias nel 1831 fornì alle potenze europee il pretesto per trasformarla in una monarchia e insediare il principe ereditario di Baviera, Ottone di Wittelsbach, nell’agosto del 1832. Nello stesso anno furono anche stabiliti i confini del Regno di Grecia, che comprendeva la Grecia Centrale, il Peloponneso, le isole immediatamente adiacenti e le Cicladi. La Tessaglia fu annessa solo nel 1881, in seguito a una conferenza tenutasi a Costantinopoli secondo accordi già presi durante il trattato di Berlino del 1878 (che pose fine alla guerra russo-turca del 1877-1878). Mancava ancora la maggior parte dei territori che formano la Stato moderno: l’Epiro, la Macedonia, la Tracia, l’Eptaneso, il Dodecaneso e Creta. Tutti i territori in Asia Minore, come pure parte dell’Epiro, della Macedonia e della Tracia, non sarebbero mai più tornati alla Grecia. […]

© Carmelo Siciliano 2019