Il meraklìs di Àndhros

Dal libro «Sentire la Grecia. In viaggio fra musiche e tradizioni», p. 155-156

[…] Molte, moltissime sono le parole greche difficilmente traducibili nella nostra e in qualsiasi altra lingua. Una fra tante, però, mi è particolarmente cara perché si lega indissolubilmente al modo greco di intendere la vita: meraklìs. Il termine proviene dall’arabo maraq, passato in turco come merak e quindi in greco come meràki. Le sfumature di significato sono numerose, ma potremmo dire che si riferisce genericamente a una sensazione gradevole derivante dal pieno godimento di qualcosa: di qui meraklìs, colui che prova meràki.

Un meraklìs mette amore e passione in ciò che fa; ha gusto e senso estetico; sa godere dei semplici ma autentici piaceri della vita. Un meraklìs è elegante e composto, rispettabile e rispettoso, discreto e paziente. Un meraklìs offre prima agli altri, e solo dopo riempie il suo piatto; dona di nascosto, senza farlo sapere ai quattro venti; non trova la poesia nel quotidiano, ma fa egli stesso del quotidiano una poesia. L’anima del meraklìs si risveglia in particolare con la musica: quando ascolta una canzone che ama o anche solo una nota ben suonata, un bel vibrato, una improvvisazione, il suo sguardo si illumina dei colori della gioia più profonda. Il meraklìs ama cantare e ballare, ma non fa sfoggio di sé: per la sua canzone o per la sua danza aspetta le ore più tarde della notte o la fine della festa. Particolarmente significative sono le parole di un distico che, con leggere varianti, ritroviamo spesso in giro per l’Egeo:

Òpios dhen ìne meraklìs tu prèpi na pethàni,
ghiatì ston kòsmo tùtone mòno ton tòpo piàni.

Chi non è un meraklìs merita di morire,
perché in questo mondo occupa solo spazio.

Due estati fa mi trovavo a Batsì, nell’isola di Àndhros, per seguire un seminario dedicato alle musiche e alle danze delle Cicladi, e la prima sera ebbe luogo uno spettacolo per mostrare agli iscritti e ai turisti le tradizioni locali. Me ne stavo tutto intento a fotografare e filmare quanto accadeva intorno a me, quando a un tratto i miei occhi si posarono su un signore alla mia sinistra. Un «vecchio», si sarebbe detto, alto almeno un metro e ottanta, e almeno ottanta dovevano essere i suoi anni: finemente vestito, dal portamento nobile e composto, fresco in una calda serata in mezzo all’Egeo. Un bastone sosteneva il peso di un’età che faceva da contrasto a un viso che non aveva perso la fiamma viva della gioventù. Istante dopo istante la musica lo trascinava e coinvolgeva: ora muoveva il bastone al ritmo della danza, ora il piede destro, ora il sinistro, tremolante, incerto, quasi affaticato. Si fermava, poi riprendeva, e minuto dopo minuto il suo sguardo si accendeva di una felicità di quelle semplici e genuine, di quelle di un tempo che non c’è più. Non resistetti alla tentazione di filmarlo, ma ebbi a disposizione solo pochi secondi: da quelle stesse braccia che, fino a un attimo prima, sembravano soffrire a reggere la vecchiaia su un pezzo di legno, mi vidi affidare il bastone. Ed eccolo unirsi al cerchio e iniziare finalmente a ballare, quel «vecchio ragazzino»: leggero, libero, come se a ostacolarlo fino a quel momento fosse stato quel bastone, segno di una vecchiaia che non era la sua, e non il peso dei suoi anni. […]

© Carmelo Siciliano 2019