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La Signora di Ro

Dal libro «Sentire la Grecia. In viaggio fra musiche e tradizioni», p. 225-226

[…] Se Kastelòrizo poteva sembrare piccola e lontana, cosa dire allora della sua minuscola vicina, Ro? Quest’isoletta si trova a tre miglia nautiche da Kastelòrizo e altrettante dalla costa turca, ed è poco più che uno scoglio: la sua importanza è tuttavia enorme dal punto di vista storico e identitario per tutti i greci. Nonostante che non abbia nulla a che fare con la musica non possiamo, giunti fin qui, fare a meno di raccontare la storia della «Signora di Ro».

Dhèspina Achladhiòti (1890-1983) si stabilì a Ro nel 1927 insieme al marito Kòstas. L’isoletta non era allora del tutto disabitata: c’era un minuscolo porto, con accanto una chiesetta dedicata a san Giorgio, e poche famiglie che traevano sostentamento dall’allevamento e dalla pesca, ma nel giro di qualche anno i due rimasero soli. Nel 1940, nel bel mezzo della Seconda guerra mondiale, Kòstas si ammalò gravemente e Dhèspina accese fuochi nella speranza di attirare l’attenzione di qualche nave di passaggio che, però, non arrivò in tempo: il marito morì sulla barca di un pescatore lungo il tragitto per Kastelòrizo.

Dhèspina ritornò sull’isola nel 1943 insieme alla madre cieca, e vi rimase anche quando tutti scappavano durante i bombardamenti tedeschi di Kastelòrizo. Fu allora che prese l’abitudine ogni giorno, al sorgere del sole, di issare una grande bandiera greca proprio lì, su quello scoglio a pochi colpi di remi dalle coste turche. Al tramonto ammainava la bandiera e così via il giorno dopo, e divenne presto famosa col soprannome di «Signora di Ro». Nel 1974 un giornalista turco e altri due connazionali, approfittando vigliaccamente della sua assenza per motivi di salute, fecero irruzione sull’isola per innalzare una bandiera turca che, al ritorno di Dhèspina, fu immediatamente sostituita. Il 23 novembre dell’anno seguente il Ministero della Difesa greco volle premiare il suo patriottismo e la sua eroicità con una medaglia.

La Signora di Ro si spense il 13 maggio del 1983 nell’ospedale di Rodi, all’età di novantadue anni, e quella bandiera che tanto amava smise di sventolare. La cerimonia funebre si svolse alla presenza delle autorità e poi, rispettando le sue volontà, fu trasportata e sepolta nella sua isoletta, accanto al luogo dove ogni giorno issava la sua bandiera e non lontano dalle due casette dove viveva e che sono ancora visibili. […]

© Carmelo Siciliano 2019

Il dhivaràtikos di Cefalonia

Dal libro «Sentire la Grecia. In viaggio fra musiche e tradizioni», p. 9-11

[…] Una caratteristica dei nomi di molti villaggi di Cefalonia è la terminazione in -ata: ritroviamo così Lurdhàta, Vlachàta, Musàta, Svoronàta e… Dhivaràta: da qui prende il nome il dhivaràtikos, («di Dhivaràta), una vivace danza locale. La descrizione sintetica di un fenomeno coreutico attraverso alcune sue specificità è utile per renderne possibile una classificazione: prendendo come esempio proprio il dhivaràtikos, pertanto, proveremo ad analizzare le caratteristiche di una “danza circolare aperta mista antioraria”.

Il dhivaràtikos è una danza, e ciò è un elemento di classificazione primario. Tutta la musica greca, infatti, si divide in tre categorie fondamentali: quella coreutica (cioè da danza), quella da ascolto (non ballata) e quella di strada. La forma del dhivaràtikos è “circolare”: i danzatori sono disposti in cerchio e si tengono fra loro per le mani. Questa danza circolare è “aperta”, pertanto il cerchio non è chiuso ed è quindi possibile individuare un primo ballerino e un ultimo*. Ancora, è “mista”, cioè vi partecipano sia uomini che donne, e “antioraria”, in quanto tale è il senso in cui si muovono i danzatori, dunque verso la loro destra. Dal momento che la maggior parte delle danze greche procede in senso antiorario, quest’ultima caratteristica è generalmente omessa ed è sufficiente specificare il contrario.

Se la classificazione di una danza da un lato è utile per descriverla sinteticamente, dall’altro è spesso totalmente priva di senso, se non addirittura fuorviante. Mentre alcune caratteristiche hanno la tendenza a rimanere stabili, come la forma circolare aperta e il senso antiorario, altre sono soggette a variazioni di tempo e di luogo, ma anche di costume. Può accadere così che una danza che negli anni Trenta del secolo scorso era esclusivamente maschile oggi sia ballata anche da donne, e viceversa. Pertanto, d’ora in poi, per ogni danza citata sarà descritta quella che fra tutte le varianti è la più comune.

Osserviamo ancora un’altra peculiarità del dhivaràtikos, che vedremo essere comune a molte altre danze circolari aperte: il primo ballerino (protochoreftìs) guida la danza, ma allo stesso tempo ha facoltà di compiere variazioni o vere e proprie improvvisazioni mentre gli altri continuano a seguire la normale coreografia. Esistono addirittura circostanze in cui è solo o quasi esclusivamente il protochoreftìs a ballare, mentre il resto del cerchio resta fermo o accenna i passi sul posto**. Nelle danze miste il primo ballerino è più frequentemente un uomo, anche se negli ultimi anni questo ruolo è stato assunto anche dalle donne; in alcune zone della Grecia, tuttavia, ciò è tutt’altro che comune e talvolta addirittura vietato (per esempio nel paese di Òlimbos, nell’isola di Kàrpathos). […]

© Carmelo Siciliano 2019

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* Le danze circolari chiuse sono decisamente meno diffuse nel mondo ellenico e le ritroviamo più facilmente spostandoci verso oriente; vedi per esempio Malamatènios arghaliòs e Apòpse ta mesànichta in Cappadocia, e la maggior parte delle danze dei greci del Ponto.
** Vedi per esempio lo tsàmiko e la danza strumentale rast.

La musica di Sìfnos

Dal libro «Sentire la Grecia. In viaggio fra musiche e tradizioni», p. 157-158

[…] Le innumerevoli varianti locali di sirtòs e di bàllos sono senza dubbio le danze più diffuse nelle Cicladi: di tipo circolare aperto misto la prima, in coppie miste e a carattere improvvisativo la seconda. Anche Sìfnos, come molte altre isole, ha la sua canzone ricca di riferimenti a luoghi particolarmente amati dai suoi abitanti, il sirtòs Ston Artemòna:

Ad Artemònas, a Stavrì, a Exàmbela, a Kàstro
per la prima volta ho visto il tuo bianco viso.
Da Artemònas non passo più, perché mi deridono,
andrò a Katavatì, dove mi invitano.

Quella precedente è la versione divenuta famosa attraverso le interpretazioni discografiche di alcuni musicisti conosciuti come Konitopulèi. Si tratta di vari esponenti della famiglia Konitòpulos, fra cui il violinista Ghiòrghos Konitòpulos (1933-1991) e sua sorella, la cantante Irìni Konitopùlu-Leghàki (1931-). In realtà Ston Artemòna è uno skopòs (cioè una melodia sulla quale possono essere cantati distici diversi) dal nome di Tharapianòs («di Tharapià», oggi in turco Tarabya, nome di un quartiere di Costantinopoli).

Ritornando invece al bàllos, quello di Sìfnos ha una particolarità: il suo tempo musicale, non esclusivamente quaternario ma anche ternario, una sorta di valzer, che però, tanto dal punto di vista musicale quanto coreutico, poco ha a che fare con l’Europa e le cui caratteristiche sono inconfondibilmente greche. […]

© Carmelo Siciliano 2019

L’inizio della lotta greca per l’indipendenza (25 marzo 1821)

Dal libro «Sentire la Grecia. In viaggio fra musiche e tradizioni», p. 55-56

[…] L’insurrezione scoppiò in Grecia nel 1821. Il 25 marzo, secondo la tradizione, l’arcivescovo di Patrasso Ghermanòs innalzò per la prima volta la bandiera greca, bianca con una grande croce azzurra, e da lì la rivolta si estese pian piano in tutta la terraferma. Alla popolazione si unirono clefti e armatoli, guidati nel Peloponneso da Theòdhoros Kolokotrònis e in Epiro da Màrkos Bòtsaris. Anche molte isole parteciparono, occupandosi del trasporto di armi e rifornimenti mediante le proprie navi. La reazione turca fu ovviamente durissima. Alì Pascià (il quale, come abbiamo visto nel capitolo dedicato all’Epiro, stava approfittando dell’insurrezione per rendersi indipendente dal sultano) fu decapitato, la popolazione dell’isola di Chìos massacrata, il patriarca di Costantinopoli impiccato, intere città assediate, distrutte e la popolazione sterminata. I greci tuttavia non erano soli. Molti intellettuali europei abbandonarono la propria patria per intervenire in prima persona; da tutta Europa accorsero numerosi volontari, fra cui l’inglese George Gordon Byron e l’italiano Santorre di Santarosa, che si unirono ai rivoluzionari. Anche alcune grandi potenze europee decisero di appoggiare la causa greca e così francesi, inglesi e russi spostarono decisamente le sorti della guerra a favore della Grecia con la schiacciante vittoria navale di Navarino, dove l’intera flotta ottomana fu annientata. Il Peloponneso fu liberato nel 1828 e la città di Nàfplio individuata come prima capitale. Il trattato di Adrianopoli del 1829 sancì la fine della guerra e il protocollo di Londra del 1830 confermò l’indipendenza.

La Grecia nacque come una repubblica, ma l’assassinio del primo capo di Stato Ioànnis Kapodhìstrias nel 1831 fornì alle potenze europee il pretesto per trasformarla in una monarchia e insediare il principe ereditario di Baviera, Ottone di Wittelsbach, nell’agosto del 1832. Nello stesso anno furono anche stabiliti i confini del Regno di Grecia, che comprendeva la Grecia Centrale, il Peloponneso, le isole immediatamente adiacenti e le Cicladi. La Tessaglia fu annessa solo nel 1881, in seguito a una conferenza tenutasi a Costantinopoli secondo accordi già presi durante il trattato di Berlino del 1878 (che pose fine alla guerra russo-turca del 1877-1878). Mancava ancora la maggior parte dei territori che formano la Stato moderno: l’Epiro, la Macedonia, la Tracia, l’Eptaneso, il Dodecaneso e Creta. Tutti i territori in Asia Minore, come pure parte dell’Epiro, della Macedonia e della Tracia, non sarebbero mai più tornati alla Grecia. […]

© Carmelo Siciliano 2019